L’autunno è una stagione di passaggio, non definitiva. Né caldo, né freddo. Né troppo leggeri, né troppo pesanti e con gli anni ho imparato ad apprezzarlo. Da grandi, la filosofia del “grigio” e delle mezze misure diventa la soluzione meno dolorosa. Il prediligere quel che sta nel mezzo, stando in equilibrio tra quello che si vorrebbe e si vede fare, a volte è piu facile, meno stancante, più utile.

 

Quest’anno l’autunno ha avuto subito il sapore di Parigi, di una partenza imminente che di sicuro ci farà entrare in questa stagione meno malinconici. Siamo elettrizzanti all’idea di varcare il confine e abitare per più di una settimana nella Ville Lumière. Intanto, nell’attesa, ci godiamo Rimini, i parchi che ingialliscono, le scalate sui tronchi, gli amici ritrovati dell’asilo, le spianate unte e bisunte del post asilo, le prime torte senza buco e le uscite con la felpa sulle spalle. E infine il nostro infinito amore per il porto. Chiusi gli ombrelloni del mare e tolti i paletti sulle spiaggia, Rimini è un’altra. E il porto diventa la culla dei miei pensieri.

Da quando la ruota panoramica del porto di Rimini è diventata parte del panorama, non posso non pensare a Coney Island. Nelle sue contraddizioni, nei suoi lati più malinconici e abbandonati, quest’isola lontana gli assomiglia molto. Specie in settembre, specie nei pomeriggi o nelle mattine fredde. Eppure questa sensazione di smarrimento che mi danno le luci da luna park e la ruota che gira, mi piace. La sento mia.  Anche di fronte alla desolazione del momento, del bar dell’ultimo caffè e del pezzo di pizza mangiato di fronte al mare in tempesta. Mi piace l’idea di ricoprirsi, di cercare una tazza di tè caldo, di correre avvolti nei maglioni e del fatto che, in modo o nell’altro, tutto sia transitorio. Mai per sempre.

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