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In barba a quelli che dicono che il Molise è una regione che non esiste, io vi dico che ci sono stata. Anzi vi dico di più, ci sono quasi nata, nel senso che in me scorre solo sangue molisano. Ebbene sì, questa è la verità. E ne sono talmente fiera che mi sembra già di aver aspettato troppo per scrivere questo post, per raccontarvi del mio Molise, quello vissuto per trentatré anni e che mi lega a Sant’Angelo Limonsano, un piccolo borgo di poco più di 300 anime a circa mille metri, sugli Appennini.

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Un paesino, ormai abbandonato da molti: pochi giovani, tanta disoccupazione. Ma qui bisogna venire per altro, per ricordarsi della montagna vera, quella più rude e meno di fighetta delle Alpi, quella dove anche in agosto fa un freddo cane e nevica costantemente fino ad aprirle. Quella montagna poco da cartolina, ma caratteristica in ugual modo. Dove si mangiano le mozzarelle più buone d’Italia e si sniffa il tartufo migliore del mondo (Alba è qui che fa razzia). Dove parlare in italiano è un optional e sentire il dialetto è una delle cose che più mi fa sentire a casa. Dove le sagra di paese vale ancora qualcosa e la raccolta differenziata fatica a decollare. Dove la campagna viene abbandonata e la natura violenta prende il sopravvento, fin dentro il paese.

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Qui il silenzio è padrone e gli inverni sono lunghi. Lunghissimi. Fare il fuoco, in questa desolazione, ha tutto un altro significato. Come andare a far la legna o preparare la salsa a settembre. Qui le strade sono tortuose, strette, a volte malmesse, eppure ad ogni angolo c’è un pezzo di quadro da portare a casa. E quando il sole va a nanna, d’estate, restano i grilli e si possono vedere le lucciole.

Proprio qui, io ci sono cresciuta e ci sono cresciuti i miei più grandi affetti. Qui è nato il legame originale, il senso dell’olfatto legato a un cibo, il senso del gusto, il senso dell’attaccamento che esiste solo quando un luogo diventa una parte della nostra famiglia.

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